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Il castello di Palata

storia e lettura di un monumento

Nei secoli del basso medioevo le terre dove il Panaro si impaludava lasciando qua e la zone emerse (il toponimo Secco si riferisce evidentemente a una situazione di questo tipo) e spazi per le coltivazioni appartenevano all'Abbazia nonantolana.

Nel XIII e nel XIV secolo la Badia, ormai in decadenza, concedeva sempre più spesso ampie estensioni in enfiteusi alle comunità, che davano vita a partecipanze, o a ricchi privati desiderosi di investire in terra gli ingenti patrimoni accumulati con le attività bancarie o mercantili, rese ora meno redditizie dalle mutate condizioni politiche ed economiche. Le enfiteusi mascherano generalmente vere e proprie vendite. Le famiglie magnatizie si interessano anche alle terre vallive (acquistabili a basso prezzo) disponendo dei capitali per bonificarle e ridurle a coltura.

Arricchititi enormemente nel corso del Duecento con l’attività bancaria, i Pepoli nel 1321 sono di fatto i signori di Bologna. E probabilmente in quest'epoca, all'apice della loro potenza, che essi ottengono in enfiteusi dalla Badia di Nonantola una estesissima zona del crevalcorese che comprende anche tutte le valli. Due cabrei (1) del XVII secolo conservati nell'archivio comunale di Crevalcore ci consentono di farci un'idea dell’entità e della organizzazione di tali possedimenti.


Il più antico dei due cabrei risale al 1642 e ostenta nella bordura di ogni pagina l'arme gentilizia dei Pepoli: lo scacchiere, che rappresenta il tavolo del cambiavalute, fonte prima delle fortune del casato. Il territorio mappato in questo volume sfiora le 15.000 tornature bolognesi, oltre un terzo dell'attuale superficie del comune. È suddiviso in 85 poderi raggruppati in 4 tenute, tutte appartenenti al marchese Odoardo. I fratelli e i cugini di Odoardo possiedono anch'essi terre a Crevalcore: in tutto i Pepoli sono proprietari di almeno la meta del territorio comunale.

Fra le motivazioni del trasferimento di capitali all'agricoltura non va trascurato che la proprietà terriera rappresentava anche, per 1c famiglie magnatizie, un mezzo per ottenere il passaggio ai ranghi della nobiltà. Ma una volta divenuta la terra la principale o addirittura l'esclusiva fonte di reddito, viene particolarmente avvertita la necessità di razionalizzare e organizzare i possedimenti agrari; la costruzione di castelli e ville, lungi dall'essere sol tanto una dimostrazione di potenza economica, fa parte di tale processo di razionalizzazione e funge da nucleo intorno al quale nasce il borgo abitato dalle famiglie dei coloni e degli artigiani.

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  Il castello di Palata in una cartolina degli anni venti

Nel borgo sorge la chiesa e sono presenti tutte le attività di un'economia tendente all'autosufficienza.

Tale e anche la situazione di Palata. Il castello viene costruito intorno al 1540; abbiamo la preziosa testimonianza contemporanea di fra’ Leandro Alberti il quale scrisse nel primo libro della Deca prima delle Historie di Bologna: «Et più giù camminando, alla Palada, incontrasi nel principiato edificio del magnifico conte Philippo de Pepoli, il qual, finito, fra li nobili e radi edifici della Italia computare si potrà» (2).

La posizione in cui sorge, al confine con il ducato estense, condiziona in parte le caratteristiche della fabbrica fino a conferirle una forma notevolmente compatta (3).

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 Il castello di Palata in un disegna del 1642 contenuto in un volume di cabrei dell'Archivio comunale di Crevalcore

 Manoscritto Gozzadini della Bibl. Comunale dell'Archiginnasio:

Il castello di Palata disegnato da Ignazio Danti

L'edificio è a pianta quadrata; gli ambienti sono distribuiti con perfetta simmetria intorno a un cortile centrale porticato a un solo ordine scandito dalla successione regolare di tre archi per ogni lato, maestosamente ritmati da possenti colonne toscane. Nella sua silenziosa vastità questo spazio richiama alla memoria la «deserta bellezza di Ferrara» di una celebre lirica dannunziana de Le città del silenzio. Sembra quasi trattarsi di un'architettura d'esterno, di uno spazio urbanistico ripiegato su se stesso e cristallizzato in una forma chiusa.

Anche il prospetto esterno e improntato a una rigida scansione volumetrica che risulta ingentilita dalla tardogotica eleganza della torre svettante a doppio corpo. La torre conferisce a questo edificio un carattere ibrido ed e probabilmente per questa ragione che G. Cuppini afferma che «Palata, come edificio, per quanto maestoso, non presenta delle apprezzabili qualità architettoniche (4).

Occorre tener presente che l'aspetto attuale e, rispetto alla situazione originaria, gravemente alterato da un rimaneggiamento settecentesco che ha soppresso la merlatura sostituendola con un cornicione nella parte sinistra, mentre la parte destra, poiché i lavori sono rimasti interrotti, ci conserva ancora i primitivi beccatelli (molto restaurati) e, almeno fino al l847, conservava anche i merli, come si può vedere in una tavoletta votiva della parrocchiale di Palata e in una incisione del Corty (5). I lavori hanno interessato anche l'interno: chiuse le finestre del primo piano è stata rialzata l'altezza del piano nobile i cui ambienti sono stati coperti a volta, cosa che ha comportato la distruzione dei solai in legno cinquecenteschi.

Certo il «rigore tutto rinascimentale» della pianta (Cuppini) contrasta con l'aspetto ancor più accentuatamente gotico che l'edificio doveva avere in origine; ritengo che questa «singolarità» si debba a una precisa intenzione del committente.

Il processo di «infeudamento» della nobiltà, allora in corso, doveva certo implicare l'adesione a comportamenti e posizioni ideologiche che dell'antico mondo feudale erano una sorta di naturale corollario.

Si richiedeva un edificio che al tempo stesso fornisse una dimostrazione di potenza e di prestigio e fosse luogo di almeno soggiorno, di cacce e svaghi: la tipologia architettonica del castello si prestava a soddisfare tutti questi requisiti.

Ma il rinascimento non era passato invano e aveva lasciato un deposito profondo che si esprime, nel nostro caso, nella chiarezza strutturale, nell'anima interna, nella facies privata, manifestazione del più confortevole modo di vita cittadino.

Di qui la doppia facies, l’ambiguità di fondo di questa architettura. Il castello di Palata e uno di quegli «edifici che di castelli avevano l'apparenza ma non la funzione» scrive Mario Fanti (6). Nel giro di pochi decenni la tipologia delle residenze di campagna si sarebbe trasformata e dal castello di sarebbe passati alla villa.

Quale architetto avrà dato corpo a tali contrastanti esigenze nel castello di Palata? È una domanda destinata purtroppo a restare inevasa, poiché le fonti non forniscono alcuna indicazione al riguardo. Ritengo per6 che in base agli elementi emersi da questo tentativo di lettura si potrebbe azzardare l'ipotesi che si tratti di un architetto estraneo alla cultura bolognese, all'epoca avviata per le strade tracciate dal Serlio e dal Vignola, ad esempio un ferrarese o un lombardo ancora legato alle consuetudini delle piccole corti padane, e in grado di interpretare le esigenze contrastanti della nobiltà, dibattuta tra imprenditorialità agraria di nuovo tipo (che si esprime nell'organizzazione terriera e nell’attività di bonifica) e seduzione letteraria (Le donne, i cavalier, l'arme, gli amori...) di uno scomparso e sognato mondo cortese.

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   Pianta del castello di Palata in un volume di cabrei dell'Archivio comunale di Crevalcore

NOTE

(1) I cabrei sono raccolte di mappe che servivano ai grandi proprietari terrieri come catasti privati. I due volumi dell’archivio comunale di Crevalcore furono probabilmente donati dai Pepoli nel secolo scorso e contengono complessivamente circa 120 mappe. Il frontespizio del registro più antico reca la seguente iscrizione: Questo libro campionale retiene in sé piante, disegni e misure di tutti i beni stabili dell'Illustrissimo Sig. Conte Odoardo Pepoli, tanto degli edifici come dei beni rusticali, cioè delle quattro imprese: 1a la Palata, 2a la Filippina, 3a la Casa de' coppi, 4a la Guisa e Valbona; unite insieme, delineate e misurate da me, Angelo Astori, agrimensore pubblico, nell'anno l642.

(2) Pubblicato a Bologna nel 154l.

(3) Necessità difensive non sussistevano soltanto nei confronti di nemici esterni ma anche di bande di «berrovieri e malandrini» che prediligevano i luoghi poco praticabili e prossimi ai confini per una rapida fuga in caso di pericolo.

(4) GIAMPIERO CUPPINI, La villa e il territorio: l'architettura delle ville, in: G. Cuppini, A.M. Matteucci, Ville del Bolognese, Bologna 1969, p. 18.

(5) Pubblicate in: Palata Pepoli, il paese – la parrocchia. Breve storia per immagini, Cento 1984, rispett. p. 20 e p. 13.

(6) MARIO FANTI, Ville castelli e chiese bolognesi da un libro di disegni del Cinquecento, Bologna 1967, p. 16.

 Dal volume: Crevalcore percorsi storici, a cura di M. Abbati, Costa editore, 2001  

 

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