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La scuola di “Umanità e Rettorica”

di Gaetano Atti

Mi sono stati di recente segnalati due interessanti documenti storici meritevoli non solo di attenzione, ma anche di un'indagine più approfondita. Si tratta di una targa e di una lapide in relazione fra loro. La lapide, collocata attualmente in un cortile interno del XIII isolato, reca la scritta:

IN QUESTA ANTICA CASA / GIA' SIGNORIA DEI PEPOLI / GAETANO ATTI CENTESE / INSEGNO' / DAL 1828 AL 1861 / LETTERE ITALIANE E LATINE / SCRISSE LE VITE DEGLI ILLUSTRI CREVALCORESI / SCOPRI' E ORDINO' I MANOSCRITTI / DI MALPIGHI / DI CUI FU PURE AUTORE / DI UNA CELEBRATA BIOGRAFIA.

 

lapide Atti
Targa scuola di latinità2

La targa, in legno, di forma ovale è dipinta con lo stemma di Crevalcore sormontante un’epigrafe fra due bandiere e rami di alloro. Ed ecco la traduzione dell'epigrafe latina: 

Della scuola di retorica l'imperatore egregio (è) Ferranti Vincenzo

Bella scuola di grammatica superiore l'imperatore egregio (è) Ricciardi Vincenzo

Della scuola di grammatica inferiore l'imperatore egregio (è) Pederzani Luigi

Per chi sia informato sui costumi scolastici del secolo scorso tutto ciò non suona troppo strano: era usanza diffusa dividere le scolaresche in romani e cartaginesi; i capi delle due fazioni si contendevano il titolo di Imperatore in una gara di emulazione a base di prove scritte e orali. La targa ci testimonia appunto il risultato di una gara di questo tipo e la sua originaria destinazione deve indubbiamente essere stata la parete di un'aula scolastica.

Ma ecco: di quale tipo di scuola? L'ordinamento scolastico preunitario (per il momento dateremo la targa, grazie alle sue caratteristiche pittorico-decorative, al secondo quarto del XIX sec.) non fu ben definito, nello stato pontificio, fino all'emanazione, da parte di Leone XII, il 28 agosto 1824, della bolla Quod divina sapientia che stabiliva alcune norme per rendere più uniforme l'assetto degli studi. Essa attribuì autorità ai vescovi sui consigli comunali, le sole istituzioni, oltre le parrocchie, che fino ad ora si fossero interessate dell'istruzione elementare, anche se spesso in maniera sporadica; rese obbligatori i concorsi per l'insegnamento nelle scuole pubbliche; obbligò i maestri a munirsi di licenza; fissò il numero massimo di alunni per ogni classe; impose alle aule condizioni igieniche; specificò le punizioni sottraendole all'arbitrio degli insegnanti; stabilì infine le materie di studio anch'esse lasciate finora all'arbitrio dei maestri. All'art. 16 del regolamento applicativo della riforma leonina, emanato dalla S. Congregazione degli Studi il 26 settembre 1825, come materie di studio per le scuole elementari si contemplano:

1 La Dottrina Cristiana

2 Leggere e scrivere

3 Gli elementi di lingua italiana

4 I primi rudimenti della grammatica latina

5 L'aritmetica

6 La calligrafia, i principi di geografia, e di storia sacra e profana.

I differenti livelli di istruzione cominciarono in tal modo ad essere meglio distinti e venne per così dire istituzionalizzata quella separazione tra scuola elementare e secondaria inferiore che in qualche caso già esisteva per motivi contingenti[1]. A Crevalcore, ad esempio, nel 1786, avendo don Luigi Lodi, maestro di aritmetica e latinità, rinunciato alla condotta a causa della "soverchia fatica cui ... era sottoposto, atteso il numero assai vistoso di scolari, divisi in molte classi", per non privare il paese di un "così utile soggetto" fu bandito un concorso per un posto di maestro di aritmetica, e si istituirono così due scuole[2] separate. Una continuava ad essere affidata a don Luigi Lodi che vi insegnava grammatica e latinità; nell'altra fu eletto come maestro Giuseppe Cremonini Moroni, con l'incarico di insegnare elementi del leggere, scrivere, fare conti.[3]

La scuola di latinità (e aritmetica superiore) equivaleva all’incirca al ginnasio inferiore (quella che divenne successivamente scuola media), mentre un ulteriore grado di studi era rappresentato dalla scuola di Umanità e rettorica (corrispondente alle attuali classi IV e V ginnasio). Una prima normativa in materia di istruzione secondaria fu però emanata dall'arcivescovo di Bologna, cardinale Carlo Oppizzoni, solo nel 1836, con il titolo di Regolamento per lo studio della Latinità e delle belle lettere nelle scuole private.

Esso stabiliva, all’art. 1:

“Il corso della Latinità e delle belle Lettere occuperà i giovani almeno per anni cinque, il primo de' quali inizierà i fanciulli negli elementi della lingua latina, e i due seguenti si daranno alla grammatica, e degli ultimi due, uno sarà dato alla Umanità, e l'altro alla Rettorica”.

Mentre l'art. 5, lamentando che "oggidì ... i giovani si abbandonino allo studio difficile della latinità senza il presidio della lingua Italiana, e ponendo in non cale la nativa propria si spenda longa e penosa cura in una lingua così ardua ad apprendersi", ordinava: "nel primo de' tre anni della latinità si ammaestrino i giovinetti nei principii della lingua nostra, nei due anni seguenti siano ammaestrati nelle regole della costruzione italiana: finalmente nelle scuole di Umanità e Rettorica debbano fare le traduzioni degli autori latini con buone opere, e buoni modi italiani...".

Questa scuola di esclusiva impostazione umanistica era soprattutto funzionale alla preparazione delle classi privilegiate che, già ben consce dei rapporti fra cultura e potere, favorivano l'istituzione di scuole pubbliche o private di latinità anche nei paesi di provincia.

L'Atti, trasferitosi da Cento a Crevalcore pare intorno al 1827, divenne forse titolare di quella scuola di latinità che esisteva dai tempi di don Luigi Lodi (sostituendo don Cristoforo Cervi, giubilato nel 1826 e, come tale, godeva di uno stipendio del Comune che veniva integrato dalle quote degli alunni, soltanto tre dei quali (nominati dal consiglio comunale), se ancora vigeva quanto stabilito ne11786-87, erano ammessi all'istruzione gratuita.

La scuola era frequentata, pare, da una quindicina di scolari ed aveva sede nell'abitazione stessa dell'Atti; comprendeva, come risulta da uno specimen studiorum del 1843 pubblicato da Rodolfo Fantini[4], cinque classi o livelli di istruzione:

Prima grammatica

Seconda grammatica (Chiamate anche grammatica inferiore)

Terza grammatica (Chiamata grammatica superiore)

Prima retorica (o umanità, secondo l'ordinamento del 1836)

Seconda retorica

Questo e appunto l'ordinamento che appare dalla targa; saremmo perciò tentati di ritenere la targa stessa posteriore al 1836 se non vi fosse un altro elemento che pare smentire queste conclusioni.

Vincenzo Ferranti, vincitore del premio di retorica è quasi certamente lo stesso ricordato da una lapide di via Matteotti; nato nel 1811 divenne sacerdote e docente di filosofia e diritto nell'Università di Bologna. Morì il 28 settembre 1896.

Se studente dell'ultimo anno di retorica quando vinse il relativo premio, Vincenzo Ferranti poteva avere dai 16 ai 18 anni, cosa che ci fornirebbe per la targa una data compresa fra il 1827 e il 1829. Il documento potrebbe dunque riferirsi al primissimo periodo di insegnamento di Gaetano Atti nella scuola di latinità di Crevalcore e la corrispondenza che abbiamo osservato fra il testo dell'epigrafe e l'ordinamento degli studi fissato nel 1836 indicherebbe soltanto una spiccata consapevolezza dell'Atti nel recepire prontamente la necessità di una ratio studiorum ordinata ed efficace.

Questo sposta il nostro interesse dalla scuola alla figura stessa dell'Atti, del quale, a quanto ne so non è mai stata scritta alcuna biografia.

Noto fra noi soprattutto per aver pubblicato una Storia di Crevalcore nell'Almanacco statistico bolognese per il 1841, in realtà si occupò in prevalenza di ricerche malpighiane e di problemi pedagogici; la sua Grammatica e ortografica italiana per la puerizia (Bologna, 1843) era usata come libro di testo nelle scuole. Una notevole documentazione sulla sua attività di insegnante a Crevalcore fra il 1827 e il 1858 è conservata presso l'Archivio arcivescovile di Bologna, mentre non e stato possibile consultare l'archivio storico di Crevalcore attualmente inagibile. L'Atti era inoltre di sentimenti liberali, se in un rapporto di polizia posteriore ai moti del 1831 figura così descritto: "Soggetto erudito che con attività ammaestra pochi scolari, poco curandosi di insinuare in essi massime morali e religiose... Tiene poi una condotta apparentemente regolare, ma nelle trascorse vicende si mostrò aderente alle innovate cose..."[5]. Un individuo da tener d'occhio, insomma, e che tuttavia riuscì a conservare il posto grazie a una condotta prudente e formalmente ossequiosa dell'autorità pontificia.

Il priore Petronio Vecchi e l'arciprete D. Venturoli garantirono per lui: "Il m. Atti è andato costantemente coi suoi scolari ogni giorno alla S. Messa e sempre alla visita quotidiana alla Chiesa...Nell'insegnare poi fu sempre assiduo e diligente, scrupoloso esecutore dei propri doveri, esternò sempre in pubblica scuola in ogni tempo i principii più sani, sia nel riguardo politico che morale... e inclinato ai studi e non riceve in casa che per il suo ufficio. Infine la scuola è in propria casa perché, non essendovi locale per le pubbliche scuole, e data la tenuità degli stipendi, si lascia libertà ai maestri della scelta del locale, passando la Comunità un piccolissimo assegno".

Nella sua abitazione di via della Sagrestia (attuale via Cavour n. 54) Gaetano Atti poté così continuare indisturbato la sua attività di insegnante fino al 1861.

Trasferitosi a Bologna, lo troviamo nel 1864 nelle funzioni di direttore delle scuole Primarie Comunali della città.[6]

Non è chiaro, per ora, che cosa sia accaduto della scuola di Umanità e Rettorica dopo la partenza dell'Atti e l'estensione a tutto il Regno d'Italia della legge Casati che introduceva l'istituzione elementare obbligatoria.


gaetano atti

Gaetano Atti nel 1874

Si può credere che essa non sia sopravvissuta a lungo all'allontanarsi del suo principale, o forse unico, animatore e al contemporaneo impulso verso una maggiore laicizzazione degli studi. Ma la sua durata più che trentennale non fu certamente senza peso nella formazione degli uomini che dall'unità alle soglie del nostro secolo avrebbero amministrato Crevalcore con attenzione ammirevole per il tessuto urbanistico e con vigile sollecitudine per i servizi sociali[7] portando il paese all'appuntamento con la modernità.

Paolo Cassoli

Ringrazio il prof. Mario Gandini per alcuni suggerimenti indispensabili alla stesura dell'articolo.

[1] Le notizie sono tratte da: Rodolfo Fantini, L'istruzione popolare a Bologna fino al 1860, Bologna 1971.

[2] Occorre avvertire il lettore che il termine scuola viene usato in quest'epoca con un significato molto prossimo a quello attuale di cattedra.

[3] L. Meletti, Crevalcore, Crevalcore, bibl. comunale vol. 9, ms. 8, (Annali del sec. XVIII, F. II) ad annum.

[4] R. Fantini, op. cit., Tav. XI.

[5] R. Fantini, op. cit., p. 298

[6] Gaetano Atti nacque a Cento il 25/4/1806 da Luigi A. e Maria Meringhi ; morì a Bologna il 18/7/1879. Debbo questi dati al cortese interessamento del Sig. Medardo Cremonini.

[7] Basti ricordare la ricostruzione del palazzo comunale (1866-69), la costruzione del cimitero (1866), l'edificazione del teatro (1876-81), l'erezione del monumento a Malpighi (1897), il restauro di numerosi palazzi del corso principale, la bonifica delle fosse, il sistema fognario, l'acquedotto, ecc.

  Pubblicato ne: Il Notiziario di Crevalcore, 1981  
     

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