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La Rotonda dei Caprara

Una gemma del Settecento

in terra crevalcorese

   A nord di Crevalcore, sulla via del Papa, quasi a mezza strada con la frazione Sammartini, fra i campi ora coltivati a bietole e a grano, ma dove un tempo solo a prezzo di grandi sforzi l'opera dell'uomo era riuscita ad addomesticare la palude trasformandola in risaia, sta, praticamente sconosciuta, un'autentica gemma del Settecento artistico bolognese. Si tratta di un piccolo Oratorio dedicato alla Natività della Vergine che la Contessa Maria Vittoria Caprara fece erigere in memoria di un incidente di cui fu protagonista il proprio consorte Conte e Senatore Francesco Caprara.

  Questi il 6 Settembre (antivigilia della Natività, di Maria) dell'anno 1764, mentre visitava i suoi vasti possedimenti nel crevalcorese, era caduto, con carrozza e cavalli, nelle acque della risaia di Sammartini con grave rischio della vita, ma ne era uscito fortunosamente indenne. Una lapide sul muro esterno dell'Oratorio, dalla parte prospiciente la via del Papa, ricorda l'avvenimento ai passanti:

D.O.M.

QUOD FRANCISCUS COMES CAPRARA SEN.

AC AUREI VELLERIS EQUES

IN PERVIGILIO NATIVITATIS B. MARIAE VIRGINIS

IN AQUARUM FOVEAM LAPSUS EX JIS

MIRABILITER FUERIT EREPTUS

NE TANTI BENEFICII MEMORIA PERIRET

MARIA VICTORIA COMES CAPRARA

CONIUX AMANTISSIMA AEDEM HANC

DEIPARAE SACRAM

ANNO MDCCLXV A FUNDAMENTIS EREXIT

     Il fatto impressionò molto il conte e la contessa: immediatamente decisero l'erezione di una chiesina «in riconoscimento della segnalata grazia ricevuta» e a tale scopo indirizzarono una richiesta al Cardinale. Alessandro Albani, Abate Commendatario di Nonantola, nella cui diocesi era allora compreso il territorio di Crevalcore. Questi concedette licenza con una lettera datata 31 ottobre, dalla sua residenza romana alle Quattro Fontane (1). Una notizia desunta da certi manoscritti (2) farebbe però risalire la posa della prima pietra addirittura al 4 ottobre, davvero un intervallo troppo breve, anche solamente per giustificare l'elaborazione di questa architettura che, nell'apparente semplicità dello schema compositivo, è un capolavoro di organizzazione dello spazio.

Neppure la scelta del luogo lascia margine all'improvvisazione: per edificare l'Oratorio fu infatti scelto il punto da cui parte la lunga provana attraverso la quale si raggiungeva il Castello dei Ronchi, «Casa di Campagna» dei Caprara e centro dei loro possedimenti nel crevalcorese fin dal 1501: esso risultava cosi magistralmente inserito in un complesso di giardino-campagna del quale la provana congiungente l’Oratorio al Castello, bordata fino ad anni recenti di pippi cipressini, costituiva l'asse principale. Autore del progetto fu, secondo il Calindri (3), Petronio Fancelli, discepolo di Mauro Tesi, quadraturista ed Accademico Clemeatino, mentre l'esecuzione venne affidata a un Andrea Tadolini.

  Il Fancelli progettò un vano di forma circolare di m. 9 di diametro al cui interno quattro corpi trapezoidali, addossati alla parete e forniti agli angoli di paraste, col produrre un alternarsi di spazi vuoti e pieni delimitano i bracci di una croce. Sospesa sullo spazio centrale, e retta dalle paraste, sta una piccola cupola alla cui sommità la lanterna coronata da un cupolino, con le sue quattro finestre serve a illuminare l'ambiente, sola fonte di luce oltre alla porta d'ingresso. L'entrata, rivolta verso occidente, si apre in uno dei bracci della croce; di fronte è l'unico altare. Nei bracci laterali stanno sospese due cantorie, con balaustra mossa, alle quali si accede attraverso scale nascoste nei corpi ai lati dell'entrata. I due corpi fiancheggianti l'altare albergano invece, in alto, minuscoli Coretti, mentre il sinistro ospita in basso anche la sagrestiola, con un mobile alternativamente trasformabile in mensa o in confessionale. Notevole è la coerenza e la sobrietià dell'impianto, sottolineata del resto dalle semplici modanature d'ordine toscano e dall'assenza dei soliti ornati in stucco, se si eccettuano le leggere cornici degli «ovalinini o l'elegante coronamento dell'altare. Petronio Fancelli, fin qui sconosciuto, credo, come architetto, mostra di cogliere qualche suggerimento dall'allora appena completato Santuario di S. Luca o da certe soluzioni dell'Ambrosi o del Torreggiani, cosa del resto scontata per un architetto operante a Bologna in quell'epoca; la cosa che qui importa osservare è però come egli partecipi di quella svolta, che, inaugurata dal Tesi e continuata da Francesco Tadolini, valse a rimettere in uso la buona architettura, cosi si esprime il Canonico Crespi (4), di contro alle esuberanze del tardo-barocco.

Ma ora, terminata la struttura muraria nel 1765, par quasi di sentire il colpo d'ala che attinge alle rarefatte eleganze di un rococò al tramonto. L'oratorio è tutto rivestito internamente, fino all'altezza del cornicione, con «un dipinto di un apparato di broccato al naturale superbissimo» (5): tappezzato di questa stoffa preziosa pare un boudoir nel quale la Vergine ci riceve affabilmente, ma anche un po' ci confonde.

Chi entra è tentato di sfiorare la parete con la mano, quasi il muro, come se fosse vero broccato, avesse anche in serbo delle sensazioni tattili da comunicare. E avverte i grassetti dell'oro, oro vero, applicato col pennello «al tocco» sui fiori, sulle foglie, sulle piccole volute, campati nel fondo avorio e aggruppati a mazzi e trofei sulle paraste e sul fregio della trabeazione, o disposti a tralci arcuati sulle pareti. Le modanature marmorizzate di un caldo tono aranciato fanno da contrappunto. Di dove ha origine il motivo, e quale pittore ha dipinto con tanta maestria la decorazione? Una breve ricerca presso la vicina Chiesa di S. Matteo dei Ronchi consente di trovare dei paramenti sacri di un broccato dal disegno identico alla decorazione dell'Oratorio. Il materiale è sontuoso: trame d'argento e d'oro filato e riccio arricchiscono di luccichii e cangiantismi gli elementi vegetali dai toni morbidamente sfumati che ottengono un effetto di profondità e di naturalezza. Questo risultato si rivela raggiunto con la tecnica detta del «point-rentré», caratteristica dal 1730 delle manifatture lionesi e del cosiddetto stile Revel. Questa potrebbe essere l'origine dei paramenti imitati dal pittore. Dare un nome all'autore della decorazione (inconsueta nel repertorio bolognese) rappresenta un problema più arduo: si può forse pensare a qualche valente collaboratore del Bertuzzi.

 prospetto e pianta rotonda agg
   

 Spaccato e pianta della Rotonda: un autentico capolavoro di organizzazione dello spazio.

Disegno e rilievi dell'autore

BN04  

Nicola Bertuzzi (ce ne dà il nome ancora il Calindri, e regge al confronto stilistico) è infatti l'autore della pala d'altare e delle sette tele ovali. La prima rappresenta naturalmente la «Natività della Vergine», mentre le altre «S. Martino» e «Le Stimmate di S. Francesco», collocate ai lati dell'altare; «Presentazione di Maria al Tempio», «Annunciazione», «Immacolata», «Assunzione» sui muri di tamponamento tra le paraste; «S. Francesco di Paola e S. Luigi Gonzaga che adorano il Sacro Cuore» sulla porta d'ingresso. Tutte sono animate da quella «feriale spigliatezza» (6) che contraddistingue il Bertuzzi migliore.

  L'Oratorio venne definitivamente completato nel 1768; provvisto di una rendita data da cinque luoghi del Monte Benedettino, il cui acquisto aveva comportato per la contessa un esborso di L. 2.000, fu solennemente inaugurato il giorno 8 ottobre dello stesso anno dal Vicario Generale dell'Abbazia di Nonantola. Da allora la Rotonda (questo il nome che subito si impose e che compare già nella patente di acquisto del Monte Benedettino (7) non ha mai cessato di esercitare il suo fascino sugli abitanti dei dintorni, tanto che due aceri campestri centenari (in zona li chiamano «i elbar bianc») poco distanti, hanno, a memoria d'uomo, la fitta chioma potata in modo da riprodurre la forma della Rotonda, e un tempo vi si faceva in cima perfino la croce. 

   
   
  L'altare visto da un coretto (Foto Luciano Calzolari - 1980 ca.)    

  Ma naturalmente è l'oro profuso nella decorazione ciò che accende più di tutto la fantasia: i contadini, si sa, di oro ne vedevano poco; stupiti dall'ostentazione di tanta ricchezza cominciarono presto a pensare ai Caprara come ad esseri favolosi a una distanza mitica, e a narrare ai loro figli, piccoli, del conte, della salvezza miracolosa, della Chiesina, salvo aggiungere subito dopo che "i bolognesi", invidiosi, "la volevano rubare". Vennero nottetempo con cento buoi e un gran numero di carri; sollevatala dalle fondamenta, la rapirono, ma furono per fortuna costretti a riportarla perché non passava dal ponte sul Reno. Confondendo così verità e favola nello stretto giro del racconto.

  Dovrebbero essere i crevalcoresi, invece, a portare adesso la Rotonda a Bologna, cambiati i tempi, con camion e gru per esporla alla X Biennale d’arte antica che si fa quest'anno: «L'arte del Settecento emiliano», completa di quadri e arredi, prima che in breve non ne rimanga nulla. Credo infatti che la Rotonda non possa durare ancora molto a lungo. L'acqua che penetra dai vetri rotti della lanterna sta dilavando l'affresco della cupola; una volticina è crollata; l'umidità fa fiorire in qualche punto il dipinto di broccato e i proprietari, nel timore di furti, hanno trasportato altrove le tele. Anche ai monumenti, come agli uomini, è dato forse un tempo per vivere.

Paolo Cassoli

NOTE

(1) Il documento autentico si conserva nella Raccolta Meletti, P.VI F.l, presso la Biblioteca Comunale di Crevalcore.

(2) Cfr. Ms. Meletti P.IV, V.II presso l'Accademia I.R. di Crevalcore.

(3) Ms. 321 della Bibl. Comunale di Bologna, fondo Gozzadini, p. 217.

(4) L. Crespi: Vite de' Pittori Bolognesi; Roma 1769, p. 322. Cfr. anche A. M. Matteucci: C. F. Dotti e l'architettura bolognese del Settecento; Bologna 1969, p. 36.

(5) Calindri, cit.

(6) R. Roli: Pittura bolognese l650-1800. Dal Cignani ai Gandolfi; Bologna 1977, p. 66.

(7) L. Meletti, Ms. cit. P.VI, F.I. Documento originale.

   Rotonda esterno
     
   Articolo pubblicato su: Il Bolognino, pubblicazione della Banca Cooperativa di Bologna  n. 3, 1979
     

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