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Notizie delle chiese dei palazzi e delle ville di Crevalcore   

i monumenti, la gente, le strade, di un paese della bassa 

di Paolo Cassoli 

 

 


 

 Tracciare una guida di Crevalcore che serva a ragguagliare minutamente e metodicamente il forestiere e l'amatore di belle arti su capolavori di eleganza per lo più casereccia, ho il sospetto che suonerebbe un po' vano e pretenzioso; tenteremo quindi di abbozzare una guida per la memoria, utile ai crevalcoresi stessi, quando la consuetudine li abbia avvezzati a collocare quei muri quei palazzi quelle case fuori dal tempo della storia, come se fossero sgorgati per virtù propria dal suolo; realtà naturale, insomma. 

 

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  E sarà un viaggio sedentario, il nostro, di quelli che si possono fare in un pomeriggio ozioso dopo che ci è capitato fra le mani un esiguo mazzetto di cartoline e vecchie foto, riemerse da un cassetto che si stava riordinando. Disponendole in fila sul tavolo ecco che abbozziamo un percorso, ed entriamo da porta Bologna, che guarda a levante. 

 

 Non è una vera e propria porta di castello in cui si possano scorgere feritoie e resti di merlature; è piuttosto un varco nel lungo corpo dell'ospedale Barberini, sottolineato da emicolonne ioniche che reggono il relativo e necessario timpano, sul quale sta appollaiato il busto fittile di un personaggio barbuto che potremmo tranquillamente supporre Ippocrate o Galeno.  L'attuale ospedale (recentemente restaurato) fu costruito nel 1820-24 con i fondi di un lascito del capitano Francesco Antonio Barberini e sostituì un'istituzione ospedaliera più antica tenuta dalla Confraternita dei Poveri (soppressa in età napoleonica) che aveva qui una propria chiesa, a sinistra della Porta, con il muro esterno a piombo sulla fossa.

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  A destra per chi entra c'era invece una rocca (e fu mozzata durante la costruzione dell'ospedale) che si fa risalire al 1020. L'edificio che ora ne occupa il sito è stato carcere, caserma, pubblica latrina; ora ospita il piccolo ma interessante museo dei burattini di Leo Preti. Entrati, percorriamo via Matteotti (via Malpighi, strada Maestra) sulla quale prospettano palazzetti per la maggior parte sei-settecenteschi, con portico, che danno al paese una fisionomia caratteristica. I Michelini, i Traldi, i Tomeazzi, i Pederzani, i Minelli... era una borghesia e una piccola nobiltà di provincia che affacciava sul corso il proprio benessere. 

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A mezza strada dalla piazza, sulla destra, quattro occhi di portico più alti degli altri scandiscono la facciata del teatro Comunale, inaugurato proprio cent'anni fa La decorazione interna spetta a Gaetano Lodi (1830-1886): uno dei migliori ornatisti del nostro Ottocento ha onorato di questa sua opera il paese d'origine quasi al termine di una vita non lunga ma certamente molto operosa.

 

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 Nel cielo dai colori pallidetti, fra i putti svolazzanti e i racemi e i fiori, si dice vi sia dipinto un ranocchio, animale-simbolo di Crevalcore. Tutti i crevalcoresi lo hanno cercato, nessuno mai lo ha visto. Il foyer del teatro è stato per molto tempo sede della biblioteca Comunale che ci auguriamo possa trovare più congrui spazi in futuro.

 

Nella piazza al centro del paese si fronteggiano la parrocchiale di S. Silvestro e il palazzo comunale. 
In mezzo, il monumento bronzeo a Malpighi, maestosamente assiso su una dantesca, in mano un libro aperto, è la personificazione della perennità. "Và a vèdar se Malpigh l'èe vultèe la pagina...".

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 La chiesa fu costruita in stile neogotico fra il 1901 e il 1910, completata nel '28, su progetto Luigi Gulli. Sostituisce l'antica chiesa (trecentesca? ) di cui rimane solo il campanile, che una lapide marmorea data al 1421. Conserva qualche bel quadro (Samacchini, Cavedoni, Varotti...) e molte suppellettili pregevoli. 

 

 

 II palazzo della Comune fu riedificato nel 1866-69 e ingrandito fino ad occupare lo spazio che era appartenuto alla soppressa chiesa dei Battuti. Per mitigare lo sviluppo troppo orizzontale della facciata, l’architetto Giuseppe Ceri pensò di evidenziarne la parte centrale con una lievissima sporgenza e due lesene, e specialmente con l’imposizione di un timpano che reca lo stemma del paese.

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 Accampati nel grande stemma tre turgidi cuori s'industriano a suggerire per il nome Crevalcore una etimologia che getta i suoi fondamenti più probabili nient'altro che sopra due versi del Tassoni, al secondo canto della Secchia Rapita: Già vi fu morto Pansa e, dal dolore, nominata da' suoi fu Grevalcore. Patente di nobiltà troppo seducente per potervi resistere. 

 

In via Roma, che si imbocca di fianco al palazzo Comunale, sorge S.ta Croce, modestissimo oratorio fino al 1769, riedificato e ampliato grazie a un lascito Birani negli anni 1770-72 con disegno di Giuseppe Dossani. Agli stucchi e alle decorazioni interne lavorarono Antonio Lepori e il più noto Filippo Scandellari. 

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 Ritornati sul corso principale proseguiamo verso porta Modena, a occidente. Questa costruzione potrebbe essere assai antica, benché mostri una patina ottocentesca; i rimaneggiamenti che ha subito in varie epoche non permettono alcuna lettura delle sue linee architettoniche. E' sormontata da un campaniletto a vela che scandisce le ore. Sotto l’antiporto (che noi chiamiamo càser) ha il suo ingresso principale la chiesa della Concezione detta da sìra (perché sta dalla parte del tramonto), la cui costruzione risale all'inizio del XVIII secolo. 

 

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La primitiva chiesetta (S. Maria della Pietà), eretta per onorare l'immagine della Madonna dell'Orto, un anonimo e modesto affresco di cui trovasi per la prima volta memoria nel 1507, oggetto di devozione popolare, fu atterrata sullo scorcio del Seicento e si cominciò a por mano all'edificazione della chiesa attuale nel 1694 o '96. Rimossa dal luogo dove era stata dipinta e resa mobile per le processioni, la Madonna dell'Orto venne posta sull'altar maggiore, al centro della Gloria di stucco opera dei plasticatori bolognesi Mazza e Borelli. La decorazione delle cappelle laterali fu compiuta sempre da Mazza e Borelli nel 1725; nel 1736 venivano collocati sui due altari i grandi quadri di Antonio Rossi e Giuseppe Marchesi (detto il Sansone), mentre l'anno seguente i pittori Terzi, Grati, Graziani e Pedretti consegnarono i quattro dipinti con i Dottori della Chiesa.

 

Dagli anditini fiancheggianti l'altar maggiore si accede al retrostante oratorio della Pietà, che prende il nome da un bel quadro di mano ferrarese, tra Battista Dosso e il Chiodarolo. L'oratorio è ornato da un fregio tardocinquecentesco con storie della Vergine sul fare del Baglione. 
Passando ancora da una porticina si raggiunge la sede dell'Accademia degli Indifferenti Risoluti, nella casa che apparteneva ai monaci quando Nonantola aveva giurisdizione su questa terra. Vi si conservano memorie storiche e vi saranno mostrati oggetti interessanti e rari.

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A questo punto (i monumenti che stiamo visitando si fanno vie più notevoli e ci accorgiamo che ha preso corpo al nostro fianco un viaggiatore attento e interessato) vi resterebbe da ammirare qualche bel voltone, qualche delizioso cortilino interno, la bottega dell'erborista, l'esatta simmetria dei vicoli tutti dritti. Ma soprattutto non potete mancare di fare il percorso delle ville.

 

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Dovete decidere se prendere l’auto o la carrozza. Se avrete preso l’auto, appena usciti da porta Modena vi troverete davanti un lago d'asfalto e palazzi e case e capannoni artigianali e un viale di platani rachitici tagliati a capitozzo: dovrete chiudere gli occhi per un po', grave inconveniente se state guidando. 
Se avrete preso la carrozza, varcata la porta passerete per il ponte sulla fossa e sarete già in aperta campagna; vi incamminerete per un viale polveroso fra i pioppi svettanti, prenderete la via del Papa. 

 

 Ecco il cimitero, uno stoà dell'ordine toscano più austero, opera anch'esso di Giuseppe Ceri; risale al 1866. Si sviluppa sui tre lati di un quadrilatero ed è chiuso da un muretto; vi si accede da un viale tra due siepi di cipressi (dall'auto vedreste soltanto tassi e tuje, e, ahimé, vedreste anche sporgere dal muretto piccoli orrendi mostri di ferrovetrocemento che chiamano "mausolei", goffo tributo dei nuovi ricchi alla loro vanità).

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Poco oltre c'è una casa in cui la tradizione vuole sia vissuto Marcello Malpighi giovinetto, nel quarto decennio del Seicento. Due lapidi ricordano visite illustri.Quando avrete fatto ancora due chilometri scorgerete sulla sinistra il corpo cilindrico della Rotonda, uno scrigno che sta per schiudervi i suoi tesori raffinatissimi. Venne costruita nel 1765 per ricordare lo scampato annegamento del conte Francesco Caprara Montecuccoli, come vi informa la lapide marmorea che vedete dalla strada.

 

 Dedicata alla natività di Maria, conservava al suo interno otto tele del pittore Nicola Bertuzzi, incastonate in un "apparato di broccato" dipinto sulle pareti con i colori più delicati e preziosi. La penna che la descrive deve allineare riga dopo riga i superlativi e le esclamazioni di meraviglia riferiti di volta in volta al modo in cui è organizzato lo spazio, al particolare di una voluta, ai paramenti sacri identici alla decorazione delle pareti...

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  Il "castello" dei Ronchi, cinquecentesca villa dei Caprara inquadrata prospetticamente da due torrioni massicci, è congiunto alla Rotonda da una lunga provana e vi appare di lontano velato dalla foschia.

La chiesa di S. Matteo, presso il torrione di sinistra, è pure degna di attenzione per l’elegante pianta ovale, i quadri non disprezzabili, i nobili arredi. Rivolgetevi quindi verso il palazzo e chiedete di poter vedere, all'interno, i bei fregi con grottesche.

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 Parecchia strada vi separa ancora dalla Palata, castello dei Pepoli che Fra Leandro Alberti vide in costruzione nel 1539: ne parla infatti nel Libro primo della deca prima delle Historie di Bologna, dato alle stampe nel 1541.

 

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Privato dei merli che lo coronavano e rimaneggiato anche all'interno nel XVIII secolo, è appartenuto ai Principi Torlonia. Questi lo venderanno nel secondo dopoguerra già ridotto, senza più i quadri e gli arredi, a un contenitore vuoto. Case e villini invaderanno in parte il bel parco.

 

 Il feudo dei Pepoli era vastissimo; comprendeva anche Galeazza, una borgata che prende il nome dalla poderosa torre sormontata da torricino, fatta costruire da Galeazzo Pepoli nella seconda metà del Trecento.

 

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 Contigua alla torre c'è una villa la cui sistemazione in finto stile medievale, con tanto di coronamento merlato, fu voluta dai Falzoni Gallerani, succeduti ai Pepoli nel possesso della Galeazza circa il 1870. Fin troppo facile avvertire nella scenografia della facciata l’ascendente architettonico del Rubbiani.

 

 La Bevilacqua, dove in seguito vi recherete, è un'altra borgata sviluppatasi intorno ad un palazzo dei conti, poi marchesi, omonimi, i quali possiedono ancora i beni concessi loro per la prima volta in enfiteusi dall'Abbazia di Nonantola il 14 aprile 1463.

 

 

Il palazzo lo fece costruire il conte Onofrio nella seconda metà del Cinquecento: probabilmente ultima in ordine di tempo fra le residenze nobiliari di campagna nel crevalcorese, ha un'apparenza più dimessa e vi ricorda piuttosto un casino di caccia. Alla vista delle grandi canne fumarie esterne immaginate schidionate di tordi arrostire sfrigolando dentro vasti camini, nelle serate autunnali.

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 Qui termina la vostra visita. Ecco, partite. Mi sembra anzi di scorgervi in distanza, nell'ultima fotografia, mentre vi state allontanando nel paesaggio a tratti coltivato e per buona pezza selvatico e palustre (tale farete in tempo a vederlo fin verso il 1950) di quelle che seguiteranno ad essere chiamate per inerzia, anche dopo la scomparsa della flora e della fauna acquatica, tutte bonificate e asciutte, Valli di Crevalcore.

 

Questo articolo è stato pubblicato su Provincia, Mensile dell'Amministrazione Provinciale di Bologna n. 3 anno XI (marzo 1981). Le cartoline provengono per la maggior parte dalla raccolta Meletti, conservata presso la Biblioteca comunale di Crevalcore.

 

 

 

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